|
Canonico
della Regia Collegiata Chiesa sin dall’anno 1842. Fu Predicatore
quaresimalista di non poco merito. Fu pure Professore di Filosofia e
Matematiche nel Seminario Diocesano di Monopoli
- Dottore laureato in Teologia e Giurisprudenza. Pei fatti del 1848
trovandosi il Del Drago complicato in tutti i processi politici della
Provincia, ebbe a soffrire 10 anni di carcere duro - indi la deportazione e
l’esilio. Missionario Apostolico in Londra
dal
1859 a
tutto Agosto del 1860. Deputato al primo Parlamento
Nazionale Italiano. Nato in
Polignano
a dì 3 Settembre 1813,
dall’età d’anni 17 visse in Rutigliano, sua seconda patria, dove morì
ancor giovane a dì 17 Marzo 1869.
ELOGIO
FUNEBRE
A
GIUSEPPE
DEL DRAGO
morto
in Rutigliano a 17 Marzo 1869
PAROLE
DEL
SAC. CAV. PROF. PAOLO GOFFREDO MOCCIA
Dio
dei forti, chi mai può muover voce quando la tua mano ha percosso a ruina? !
siede umìle prona e raumiliata la polve che tu plasmasti, e nel silenzio
terribile della vita disertata piange, ti adora e trema! Amaro e solenne è il dì
del dolore.
Sacerdoti
confratelli e concittadini, alla premura con che alla squilla ferale vi adunaste
nella casa del Signore, al dolore che avete come sculto sul viso, alla maestà
di un tempio solennemente vestito di lutto, riconosco che tutti quanti siamo
stati compresi da una sola sventura, ci ha percosso tutti l’istesso dolore; chè
la sventura e ‘l dolore, ci mena nella casa di Dio - Ma a che veniste ? È
impreteribile il fatto dell’ Eterno: quando ha chiamato a se il soffio della
vita che spirò nella polve, la polve è spenta !
Se
non che tutti persuasi del morire, pure gli anni ancora freschi, la salute
robusta, lo spirito gagliardo tuttavia a sostenere qualunque vicenda di
temporanee gioie e sciagure, ci rinfrancano l’anima e ci fan credere lontano
ancora il giorno dell’ estrema dipartita; ond’è che sovente quando scocca
l’ultima ora fatale, improvviso e crudele ci piomba nel cuore il disinganno.
Ciò resti negli arcani della divina Provvidenza.
Non
vale più il tacerlo: è spento e non è più fra noi Giuseppe
Del Drago - Tanto fiore di vita, tanta virtù di operare come Sacerdote
e come cittadino - Colui che fu Canonico della Chiesa di Rutigliano predicatore
quarisemalista, professore di filosofìa e matematica, Teologo e Dottore in
Giurisprudenza - Il Patriota condannato deportato ed esule, il Missionario
Apostolico in Londra, il Deputato al Parlamento
Nazionale Italiano è morto. Non
resta di lui che una tomba ed il vedovo desiderio di quanti lo amarono. Grande
però, o signori, è la eredità di una tomba; imperocchè dalla muta eloquenza
dei sepolcri sorgono pei vivi severi i suggerimenti e magnanimi i consigli alle
virtù grandi, ed insieme le minacele tremende e le trunci rampogne ai delitti
– È la scuola più severa, e il tribunale che non ha bisogno di prove e
contestazioni - Se conforta o conquide è sempre veritiero: vi ha qual cosa
adunque di vivo nelle tombe «Egli è che l’uomo non muore tutto intero, e
la morte trasformandone appena le sensibili apparenze è impotente a ferlirlo
nella parte migliore, e non basta a rompere il misterioso consorzio, per lo
quale in certa guisa noi viviamo ancora con gli estinti con una sentita arcana
corrispondenza di amorosi sensi. È la legge suprema della verità e della
creazione imperocchè tutti quanti sono quanti furono esseri dotati di ragione e
di volontà, ancorchè diversi di tempo e di luoghi, tutti viviamo nella vita
dello spirito, tutti ad un tempo cittadini di una patria comune il Creato, tutti
soggetti allo stesso sovrano imperante che è Dio» Religione è adunque la,
pietà per gli estinti; e bello é l’onorarne la memoria se con opra qualunque
beneficarono ai propri fratelli, se degni siano che la loro memoria duri quanto
la vita lontana – Lodare i fatti e le virtù di chi non è più tra noi, non
è solo render culto che si dee al giusto all’onesto ma sovente riesce
eziandio a santa e salutare opera di riparazione di ingiusti oltraggi e di
dolori immeritati.
Concittadini,
il mestissimo rito a che assistiamo, la santità del tempio dove siamo, e la
severa maestà dell’apparato che ci è intorno non permettono né adulazioni né
menzogne. Quivi siam raccolti con la ineffabile soave e suprema necessità del
pianto rendessimo testimonio di pietà e di onore alla cara menoria di GIUSEPPE
DEL DRAGO.
Fu
convenienza che solo, in fra tutti, uno assumesse la parola per ricordare i
fatti più onorati di lui; e quì non io, cui manca a tanto e l’ingegno e
l’arte; e in tanta piena di dolore non saprei stimare un uomo ch’ebbe
meravigliosa fortuna d’ingegno e di virtù cittadine. Venni condotto dalla
pietà dei suoi, spinto dall’affetto che mi legava a quell’illustre,
commosso dall’amore che gli ha mostrato un popolo tutto quanto, e in fine dirò
trascinato dallo zelo del mio Ministero; affinchè dalla cattedra della verità,
con la mia parola di Sacerdote, io fulminassi la malediizone di Dio e la
scomunica di social riprovazione a quell’empio, che vampiro di forme novelle
ha osato di insultare la memoria di un’estinto e provocare a suo danno l’ira
sdegnosa di un popolo tutto quanto. Oh!.. qualunque tu sii, esser malefico o
demone agitatore, poiché compisti opra strana ed esecranda e scagliasti saetta
avvelenata d’immoralità contro un popolo religiosamente devoto ad una cara
memoria: odimi da dovunque: studia e procura, se puoi fuggire l’ultimo tuo
fatale; che in quel dì verrà per pagarti, e vedrai faccia a faccia la
inesorabil vendetta di Dio!
Trascorsi,
o signori, perdono, ritorno sul mio proponimento: é dell’estinto che io devo
parlarvi, i vivi aspetteranno con noi i giudizi degli avvenire – Seguiterò a
parlarvi di colui che pria di morire quasi presago del suo fine vicino,
abbozzando brevissimi cenni di autobiografia poneva a capo le parole seguenti
del Poeta di Venosa «justum et tenacem propositi virum» ORAT. Od. 3.a
Lib. 3.° - Uomo di fermo ed esatto proponimento.
Così
parmi nella vita e nei fatti suoi GIUSEPPE DEL DRAGO. Fu Sacerdote e cittadino
di esatti e tenacissimi proponimenti – Ond’io nella mestizia comune sicuro
che la pubblica coscienza ha giudicato lui degno di riverenza ed onore, e le
parole mie son dopo fatti solenni; ancorchè disadatto, come dissi, al grave e
doloroso ufficio, dirò di lui alquante parole su i fatti svariati di sua vita
fortunosa, che valgano a far fede ai presenti ed agli avvenire, che fu giusto il
testimonio di onore e di compianto che oggi rendiamo alla memoria di Lui.
E
basterà che per l’affanno e pel dolore che mi preme siate generosi di
compatimento al mio cuore, che non ragiona ma piange e dice; e i posteri diranno
che sull’urna di DEL DRAGO Voi ed io ponemmo una corone di lagrime e di
preghiera.
Chi
nella vita della mente siasi talora spogliato degli affetti suoi e delle proprie
inclinazioni, e libero di se di tutto e di tutti, spese tempo e fatica per
istudiare e conoscere qual’essere misterioso sia l’uomo, per diversità di
tempo e di luoghi il riconobbe, un mistero di virtù e di vizi un’arcano di
pregi e di difetti, un complesso di realtà e di negazioni, un laberinto di
virtuosa operosità e di accidia invereconda, un vortice d’odio inesauribile e
di amore generoso e indefinito -Onde colpa e virtù è il retaggio distintivo
degli umani; che l’essere ragionevole soltanto sta dinanzi alla suprema legge
morale, e lei perennemente confessa, adusi o no la divina libertà che Dio gli
concesse. Storia non v’ha che non confermi la verità dei miei detti - Ed a
canzare dal mio dire la censura di plagio o di menzogna piacciavi ch’io
ricordi quell’opera stupenda e meravigliosa operata dal Cristo che era Dio,
allorquando colta la donna adultera, gliela trascinarono innanzi desiderosi di
punirla per farla condannare - Egli la guardò, trista e confusa in mezzo ad una
moltitudine furibonda, e con lo sguardo suo indagatore e onnipotente misurata
tutta quanta la nequizia dell’umana superbia, si piegò alquanto e scrisse
sulla polvere parole misteriose e terribili (che ognun leggendo fuggiva!).
Quindi ritto sulla persona esclamò: Chi non ha colpe che scagli contro costei
la prima pietra. A tal detti e fatto, muti e stupiti tutti fuggirono, e quella
donna fu salva - Sì, pria che favelli per onorar la memoria di un estinto si
cessi da me il sospetto crudele, che altri spregiando e rito e ministero,
ardisca pure in secreto turbare la pace di una tomba. - Giù le maschere - Virtù
e delitti son l’opre umane !... Favellerò di cittadino egregio, che
dell’opere sue benefìcò
la Patria Comune
, e come tale, meno che di rettoriche laudazioni, si onora coi severi giudizi
della storia: e la storia non è partigiana nè vile - Parlerò di Sacerdote che
nell’opre di suo ministero, e dentro e fuori
la Patria
riscosse encomi, e per gratitudine l’amore di quanti il conobbero e
l’udirono - Non adulerò che le adulazioni indegne fra vivi, sono oltraggiose
e profane dopo il sepolcro - Guarderò nell’uomo la volontà e non le
debolezze - Avrò come virtù i benefici operati a favor della Patria e dei
propri fratelli, e stimerò sua gloria una vita che non costa lagrime e dolori a
nessuno.
A dì 3 Settembre 1813 nacque in Polignano
a mare (terra di Bari) GIUSEPPE DEL
DRAGO di Nicola
e Maria Baldassarri
.- Giovinetto a 8 anni fu orbato di padre nel 1821 e per estrema volontà di lui
e consiglio d’illustre uomo, il Marchese la Greca, la vedova madre lo collocava per educazione nel collegio militare di
Giovinazzo - Soppresso poi nel 1830. I mutamenti politici avvenuti in quel mezzo
l’essere il giovanetto figlio ad uomo che fu di liberi sensi, provarono a lui
sconveniente la carriera dell’armi; onde la madre il richiamò - E quando
pensava di allogarlo in altro convitto educativo, nel 1829 vennero come
provvidenzialmente taluni reverendi Frati Cappuccini
Siciliani, ad occupare i due
conventi di Conversano e Rutigliano; uomini essi Per virtù e per sapere
ammirandi (forse venuti a richiamo della Serafica disciplina), aprirono nei due
conventi un educandato religioso civile esemplarissimo - Di che desiderosa la
pia genitrice vi menò il suo figliuolo GIUSEPPE. Il quale giovinetto trilustre
appena, ansioso come alunno indossò il sacco e ne imprese la vita con lodevole
profitto della mente e del cuore. Al 1834 il Capitolo di Rutigliano, fosse per pubbliche laudi meritate dal giovine, fosse la speranza di avere un
valente Sacerdote, o l’una cosa e l’altra insieme, invitava il DEL DRAGO a
spogliarsi del sacco e vestir l’abito talare per aggregarsi come prete di
questa Chisa di Rutigliano - Il nessun voto emesso in Religione, l’invito
onorevole e seducente per un giovinetto, e più forse in lui, il desiderio di
mutare la vita Contemplativa del Chiostro con la operosità del Sacerdote
secolare, gli fe’ abbandonare il Convento, ed entrò nel seminario di
Conversano a compiervi gli studi - i quali completati al 1837, e comunque non
compiuti i suoi 24 anni, per Pontificia dispensa ordinato sacerdote, ci venne a
Rutigliano non forastiero, ma cittadino di quella cittadinanza di affetti coi
quali era stato desiderato e voluto, Sacerdote e cittadino. Al 1837 finisce per
lui quella vita uniforme in quasi tutti che nascono in agiate condizioni, e si
studiano di prepararsi alla vita sociale su le carriere disciplinari
dell’educazione e dell’istruzione, per formarsi nella mente e nel cuore.
I
precetti del magistero educativo, la faciele imitazione agli esempi onorandi, la
spontanea accetazione dei consigli migliori, e la memoria dei fatti ammrabili o
condannevoli che valgono come faro luminoso nel primo cammin della vita,
comprendono quella parte che comincia dal nascimento e conduce alla virilità
completa - Fino a tal punto rarissimi o nessuno parla od opera per individua
coscienza; si bene é tutto quanto ho enumerato che ridotto nella sintetica
forma di civile educazione, si rivela col fatto e colla parola dell’individuo
che ne é informato. Poco men che a metà del cammino di nostra vita è
ragionevole e giusto l’augusto nome di uomo. Onde secondo vera filosofia ch’è
la filosofia della storia, noi comincieremo a narrare i fatti di colui che oggi
onoriamo, da quando cittadino e Sacerdote lo avemmo a Rutigliano.
Dissi
che la speranza di avere un valente Sacerdote, mosse il capitolo di Rutigliano
ad amorosamente obbligare il DEL DRAGO, ad abbandonare il Chiostro, e vestir
l’abito talare, nè mal si apposero quei generosi e venerandi sacerdoti, che
animosi mettevano in lui tanta opera di beneficenza. Imperocchè mostratosi
appena il DEL DRAGO diligente e solerte osservatore degli uffici del ministero
sacerdotale, fu nominato viceparroco sotto la direzione di un uomo di intemerata
e cara memoria il Primicerio D. Vito Carmine Redavid
, Economo Curato di nostra Chiesa. Fu qui che DEL DRAGO di animo gentile e
generoso, pieno nella volontà di quella forza morale che benissimo in lui era
manifesta per le maestose sue fisiche forme, iniziò una vita doppiamente
operosa per
la Religione
e per
la Civiltà
- Per l’una fu Sacerdote instancabile nel pietoso ufficio della Cura -
amministrazione di Sacramenti, istruzioni e predicazione; saggio e prudente
ascoltatore di umani fatti e trascorsi, maestoso e venerando Vicario di un
giudice inesorabile e supremo - Ansíoso e teneríssimo benefattore di consigli
e di conforti, alle creature morenti, cui pietosamente assistiva, e con mano religiosa
per l’ultima volta chiudeva i lumi dopo l’ultima vampa. E per
l’altra, non diffidato dalle fatiche del sacro ministero, apriva sua casa a
numerosa schiera di età novelle per allevarle sul sentiero della verità e
della virtù alla vita dell’onore, onde moltissimi padri gli affidavano a
scuola i propri figliuoli. Di tant’opere ammirata la cittadinanza, dimentica
della gratitudine che era in lui, e inconscia del suo potente volere, gli fu
larga di conforto di laudi ed ammirazione. E fu però che dopo anni di tanto
lavoro e fatiche, il Vescovo de Simone lo promosse ad un canonicato della stessa
nostra Chiesa nel 1842.
Quindi
il chiamava a professar filosofie e matematiche nel Seminario Metropolitano,
Monsignor Luigi Gianporcari
Vescovo di Monopoli. E lui,
nell’anima vero Sacerdote e cittadino, correva all’onorevole e dignitoso
ufficio con la coscienza di chi sa, che tanta disciplina qual’é lo studio
della filosofìa, vuole essere ammaestrata da chi ha l’anima schiettamente ed
eroicamente informata e compresa dal Vero. Altrimenti si riesce a meschino
spigolistro di opposizione e contraddizioni al vero, nel campo della
speculazione, e nella pratica vita, a tutte quante le abominazioni cui l’abbruttimento
dello spirito conduce.Chi insegna filosofia, o signori e come operante una
creazione novella - sta in lui preparare un’era di civiltà di Religione e di
amore, o veramente sradicar dalle menti ogni seme di vero, ridurre barbara
gererazione, e far della vita un odio, una guerra, un dolore perenne. Ma DEL
DRAGO che ben presto avea mostrato se stesso, padroneggiato dall’idea del
doppio Sacerdozio, che era in lui, di civiltà e di religione, accetta
l’ufficio, il compie decorosamente per sei anni continui fino al 1848, e ne
ottiene testimonianza di verace ammaestramento nei suoi allievi, progresso ed
avvanzamento negli studi di quel Seminario, e stima non bugiarda e laude da
quanto v’ha classi d’intendenti in quella città episcopale.
Qui
sosta la mente mia, e quasi dimentica andando di suo stesso viaggio, si ferma e
contempla nei tempi che furono taluni momenti maravigliosamente straordinari -
Sono essi, o signori, che nella vita della umanità per gioie o sciagure
universali e stragrandi, restano nelle menti come fantasima o sublime o tremenda
- Taluni pare abbiano avuto un sole straordinario di brio e lucentezza, come mai
abbia a darsi ancora luce somigliante; taluni altri poi assomigliano allo spanto
sinistro di un baleno, che ci agghiada il cuore, in una notte vortícosa di
turbini e tempeste.
Nell’anno
di grazia 1848 suonò l’ora delle libertà cittadine - un Re Sacerdote col
vessillo tricolore nella sinistra mano, benediceva con la destra popoli e
sovrani, che si facessero ossequenti e immitatori dei precetti del Nazareno, «Fraternità
ed uguaglianza».
Lui
baciando come simbolo santo i colori delle civili Virtù, predicava novello
Cristo la libertà per tutti, bando al servaggio, l’era di pace e l’amore di
fratelli ! Da l’un capo all’altro di tutta Europa commossa, salì fino al
Cielo un plauso gaudente, ed i popoli tutti, affratellati dalla parola
d’amore, furon tutti figli di Dio increduli nessuno, tutti credenti una fede
sola, alla religione della Croce.
É
impossibile l’inganno quando il vicario di Dio favella, e l’ascolta e
l’obbedisce un mondo di credenti. Non vale l’illudersi di vantaggio o
signori,
la Patria
ha pure santa la sua religione, come quella di Dio - Lo dissero a quel tempo
popoli e sovrani che si riamicarono con patti novelli, e si giurarono
immmancabile fede su la maestà del Vangelo.
Dov’era
allora GIUSEPPE DEL DRAGO ? le opere sue quali furono ? - egli è là dove
patria carità il chiamava, ad istruire da per tutto, e predicare la dignità
della umana creatura rinfrancata dalle costituzioni novelle, a rilevar la faccia
di uomini dimentichi pure una volta, che siam tutti figli di Dio, e si eran
fatti proni come vile giumento e non osavano guarclare in faccia ai propri
fratelli: oh! l’immagine di Dio, non si macchia o deturpa impunemente. Fu
cittadino e fu Sacerdote fin che durò la festa della verità e dell’amore,
che rapida passa inusitata e strana sulla terra, GIUSEPPE DEL DRAGO manifestò
allora, con tutta la pienezza del suo sentimento, quali affetti nutrisse in core
per la patria sua - Ricco di vita e di mente, di fatti e di parole, noto a
moltissimi fu chiamato a far parte della rappresentanza Provinciale di Bari, nei
primi giorni di Luglio di quell’anno memorando - E se umiltà in lui non fosse
stata pari alla carità, il Parlamento napoletano lo avrebbe accolto e salutato
Deputato del paese - Egli generoso invece pregò gli amici suoi acciocchè per
lui, avessero dato i loro voti, al famoso ed illustre Aurelio Saliceti
– Ma chi non sa, che un giorno di santa letizia su la terra si paga anni
lunghissimi di dolore e di martirio? Ai vergini palpiti di libertà nascente,
successe la frenetica gelosia del potere, e l’ingorda brama di assoluto
dispotismo, che rannuvolò la mente ed i cuori dei dominanti, e strazio
cittadino e sangue fraterno deturparono le belle vie di Napoli leggiadra in un
giorno nefasto (15 Maggio), e le libertà giurate furono spente !
Che
disse Pio allora ?… È grave pondo il favellarne, e a me non tocca – Compia
la Provvidenza
li suoi arcani disegni su quel capo venerando ! – a noi spetta adorarla e
sperare.
Comparve
su la scena dei secoli l’anno 1849 sinistro a quanti si erano confessata
amatissimi e difensori della patria – È legge suprema, nell’arte di
assoluto governare, a difesa di chi regna ed impera, raumiliar quegli esseri
che, sposato il Sacerdozio della verità e della fede, possano predicare contro
i troni ribellioni e ruine – Ma indegno altresì è del Sacerdote,
l’umiliarsi contro la verità; si accetta invece il martirio, si è prodi, e
si aggiunge pagina onorata alla storia delle nazioni - Così GIUSEPPE DEL DRAGO,
compreso nelle processure politiche della nostra e delle tre provincie convicine,
con maniere proprie degli agozini della tirannide fu arrestatto nel 1849; e dopo
una prigionia preventiva di 26 mesi, nel 1852 la cran corte criminale e
speciale, lo condannava a 24 anni di ferri duri. Sua colpa maggiore, l’aver fatto parte della
Dieta di Bari
- Quindi con una epigrafe, che in
uno è dileggio amarissimo e sarcasmo crudele = GALEOTTO CANONICO TEOLOGO D.
GIUSEPPE DEL DRAGO (suo foglio di via) fu mandato ad espiare la pena negli
orridi sotterranei del Castello di Niside sul mare - Quivi non amici o parenti
lontani tanto, ma ceffi e manigoldi sociale rifiuto, e malfattori di ogni
ragione di delitti egli trova per compagni - Orrido il carcere per aria omicida,
umida e soffocante, la luce avaramenente misurata da poverissimi e tetri
abbaini, le negre mura lorde di brutture e di sangue, e sotto i piedi uno
sconnesso impalcato, che sinistramente splende, pei diversi interstizi di una
lugubre luce, che si sprigiona dalla quieta onda marina sottostante. GIUSEPPE
DEL DRAGO non vinto dall’ignominia della condanna, misura la grandezza di suo
sacrifizio, per accettare il lungo e fatale martirio in quel luogo di
desolazione e dolori, e sempre lui, con la pazienza ed umiltà del Sacerdote
Cristiano, e con fede fervorosa del cittadino che crede e spera, vi si abbandona
e prega - Quanti dolori egli abbia patito quante lagrime abbia versate per sei
lunghissimi anni di quel morire miserando, non fu chi il vide o chi il dicesse -
Nè da sé mai il ricordò. Tanto è tremenda la oppressura dei Potenti !
Ma
Iddio, o signori, non abbandona gli oppressi, ed elegge i deboli per abbattere e
confondere i potenti - Ogni religione ha suo proprio Apostolato, anche quella
della Patria. Nel 1858 cominciarono in Italia i tuoni di guerra contro
l’assolutismo dei dominanti, i quali impauriti all’appressar della tempesta,
come il vile che uccide per non aver paura, cominciarono a mettere in atto esili
e doportazioni. I Re di Napoli sotto finto titolo di grazia, fatti venir fuori
di quelle orride mude, tanti illustri patrioti tra i quali il nostro DEL DRAGO,
e caricatili delle umilianti catene, li fa salire sul Dugald Steward, catitanato
da Samuele Prenditz
da Baltimora, cui affidò il vero
concetto della grazia, e lo fe’ salpare, per alla volta del mezzogiorno - Si
navigò e si andò avanti, sommessi ed ignari di novelle sventure e destini,
fino all’Oceano Atlantico - Dove pervenuti, seppero che erano deportati
nell’America - Il viaggio ancora lunghissimo che rimaneva a fare, le nessune
relazioni e conoscenze sovra una terra nuova, e per essi d’esilio perenne, e
più ancora il vedersi sottomessi ad una pena non sanzionata dalla legge di quei
tempi, la deportazione, col coraggio di chi guarda l’ultima sventura, fecero
violenza su l’animo del Capitano, e rivolsero il cammino per una terra libera
ed ospitale l’Inghilterra - Salva e conduce Iddio, lo andare di chi va per la
via dell’esilio e del dolore – Finalmente approdarono a Cork in Irlanda, e
di là si condussero a Londra, città che genrosa li ospitò e mantenne - Qui l’esule DEL DRAGO, a conforto
dell’amara solitudine dell’esilio, dove il viso e la favella d’ogni
persona gli tornava straniera, ripensò al suo Sacerdotale ministero, universale
nel mondo, e fidente nella carità della religione dei dolori, ei fu in mezzo a
popoli e Governo protestanti, esempio di Sacerdote Cristiano - Lo zelo,
l’amore, la solerzia e l’efficacia del suo ministero furon tanti, che ne
ebbe a testimonio il titolo di Missionario Apostolico, dal Cardinale Winseman
Arcivescovo di Londra.
Al
1860 mutati i destini di tutti i popoli Italiani, e sollevati a dignità di
Nazione, GIUSEPPE DEL DRAGO ritornò nella sua terra di elezione, in Rutigliano
- Concittadini, è fatto solenne che il riceveste con una festa di affetti
indicibili - Lo rivedeste novello Giona risurto da un mare di sciagure - Giovani
correste a guardare in lui le virtù, che avea per vostro esempio praticate,
vecchi, a ricordargli i primi uffici di solerte Sacerdote e cittadino, coetanei,
a ritrovare in lui l’amico fedelissimo e schietto, e tutti lagrimaste di pietà
al racconto delle sue sventure - Ma che credereste che dopo tanto travaglio già
finisse la vita operosa di lui? Mai no, o Signori, è suo proponimento che fin
che gli duri la vita, sia Sacerdote e cittadino operoso - Eletto nel collegio di
Acquaviva delle Fonti
a Deputato nel Parlamento Nazionale, egli accetta, e con li sensi di chi ama
la Patria
per
la Religione
dei suoi principi e non si umilia a tirannide nessuna, va a sedere dalla
sinistra parte dell’Aula Parlamentare, dove si alloga la onestà cittadina,
fiera del coraggio di censurare ed impedire, quando che fossero, governativi
soprusi - Gli atti del Nazional Parlamento tengono tuttavia le parole di verità
e di che lui disse in quell’assemblea imponente - Ei parve e si pensò, lieto
e esaudente nell’apoteosi completa di sua speranza per tant’anni di dolori
nudrita - Cittadino e Sacerdote con autorità di popolo sedente nei consigli di
chi impera e comanda, s’augurava non più tiranniche leggi sui popoli, ma sì
di fratellanza di carità di amore.
Ma
chi sa mai a qual pruova ci dispone Iddio? Folle colui che s’intromette
dall’avvenire che è negli arcani della Provvidenza - Perdè l’Italia il suo
fedel nocchiero; e fu sciagura; e le sorti di lei e dei suoi figli più cari, si
ebbero avversa e contraria la fortuna.
Morto
Cavour, fu spettacolo stupendo - Italia Europa, il mondo ne pianse amarissimo, e
pur da Roma officiale si udì un singulto ed apparve il lutto - E fu gran
virtude in Lei - Fra tutti furon sorde ed occulte le paure ed i timori - E tra
nostri governanti, le anzie del tener fermo, le cure del vagliarsi a vicenda, e
sollecitudini del noverarsi, quanti si tenessero dalla parte del potere,
produsse manifesta scissura in Parlamento. Onde la parte Ministeriale a
diminuire la forza della opposta parte, cavillando, annullò 18 elezioni di
sinistra, e tra queste quella del nostro caro estinto - Non vi apparisce novo, o
signori, il DEL DRAGO contradetto e senza fortuna, anzi é qui che egli merita
le nostre laudi ed i nostri onori; imperocchè lui saggio e prudente raccoglie
ammaestramenti novelli da novelle sciagure e Sacerdote Cristiano per umiltà, e
cittadino che ha conosciuto il suo tempo per prudenza, tace come fanno gli
onesti - all’ingiusto oltraggio, e rimettendo al giudizio di Dio e della
storia l’offesa renduta ai diritti suoi, Ei torna pacato e tranquillo a
Rutigliano.
Affaticato
e stanco di una vita tanto sventuratamente fortunosa, egli pensa di tornare
all’operoso ministero della religione di Cristo, madre di ogni civiltà e
libertà ond’era Sacerdote - Fu a sua casa l’ospitale cittadino, l’ameno
erudito e dotto ammaestratore della gioventù, che amorosa lo frequentava, il
prudente benefattore degli infelici, e largo soccorritore dei miserabili - Nel
paese amico e gioviale con tutti, censore fierissimo di ogni ingiusta e men che
civile azione, nè da sé mai, nè per inganno partigiano di nessuno; dinanzi a
tutti ed a chiunque schietto amico della verità, disse franche e generose le
sue parole, nulla curando per lui, un falso affetto o una virtù bugiarda. Ma ciò
non basta: inspira Iddio nel cuore dei saggi l’ordine di provvidenza –
Nell’anno scorso 1868 egli più che
mai Cristianamente
pensando su l’umana vita labile e fugace, e più forse sentendo sue forze
vitali infiacchite e rose dal tarlo della sventura, quasi presago di sua morte
vicina, pon mano ad un fatto, che rivela la verità di sua coscienza e
l’operosità di una vita, consumata dal ministero di un duplice Sacerdozio -
Egli aspirò ed ottenne che le istruzioni quaresimali fossero a lui affidate - E
qui, o cittadini, non io, ma voi che il frequentaste e l’udiste, dovreste
accompagnarmi a dire - Io soltanto dirò che non vidi mai tanta ressa di popolo
per udire la parola di Dio - Il tempio fu angustissimo agli uditori, i quali
stretti stipati trafelanti dal caldo, ed affannati da un’aria che per immenso
anelito s’era fatto soffocante, pur lieti e fortunati, passavano lunghissime
ore, godenti solo di poterlo udire - Le prediche di lui furon lunghe frequenti
ed abbondanti; paragonò l’anima sua poderosa con la possanza comunque
atletica del suo corpo - Ei volle in se stesso e per se provare la lotta
terribile del progresso e della civiltà, col regresso e la barbarie quelli
paragonando alla virtù della mente queste alle forze vitali delle sue membra e
le uccise - Non era dubbia la riuscita, ed egli con la volontà del sacrifizio
pigliava animoso il martirio, consumando sua vita nel lavoro di uno
straordinario Apostolato - Ed il verbo di Dio fatto pane di vita per ministero
di sua parola, fruttò abbondante nell’anima di un popolo tutto quanto ?
Ardente fuoco di carità, o signori, giammai si spense, senza alzare sue vampe
diritte a Cielo - Ei seminò col dolor della fatica, e raccolse nella letizia
dell’abbondanza, l’amor di adorazione per Dio, l’amor della fratellanza
per tutti, l’amor dell’esempio e del sacrifìzio per religion della Croce.
O
generoso, vincesti adunque, e la palma dei trionfi tuoi t’aspettava in fine
del mortal viaggio; nè ti valse di un popolo l’affetto e la preghiera per
indugiarti l’ora dell’ultima dipartita – Che passar pochi mesi ed al
pallor del viso, alla debolezza estrema di tue forze, erculee una volta, alla
soave melanconia del tuo portamento, tu sentisti vicina l’ultima ora fatale
– E fermo e severo, uguale a te stesso, cosciente e rassegnato, come i forti
all’ultimo dolore, ti adagiasti sul letto dell’estrema agonia - D’Ippocrate
e di Galeno l’arte salutare a nulla ti valse, e dopo pochi giorni, brevissimi
all’affetto degli amici e dei tuoi, ma che pur bastarono a mostrarti amico
fierissimo della verità e Sacerdote Cristiano, chiudesti i lumi, e ne volasti
al Cielo!... E strinsemi l’affetto a veder tua salma andar per l’estrema
dimora - Scontrai per via l’immenso funeral corteggio, ed alla maestà del
silenzio in cui procedea, alla voce dei Sacerdoti mormoranti la davidica elegia,
piansi e recitai sommesso l’ultima preghiera... E vidi, spettacolo nuovo, su
la fronte di un popolo che tristissimo e dolente seguia, scritto, non so se a
trofeo di morte o a testimonio d’affetti, queste parole « È morto il
cittadin Sacerdote !…
O
Te beato ! che negli anni tuoi ancora brevi, compisti sacrifici di lunghissima
vita; e per virtù, lasciando un’eredità di affetti purissimi alla tua
memoria, corresti all’amplesso di Dio.- Deh! per l’affetto che imperituro ti
serberà questo popolo devoto, cittadino come sei della celeste Sionne, e tanto
a Dio vicino, prega per questa patria terra che pure fu tua; e come tu
l’amasti tanto con le virtù di Sacerdote e Cittadino, cosi benigno le conceda
Iddio l’amor della concordia e virtù cittadine.
E
pria ch’io ti dessi, o Caro, l’ultimo estremo addio, ascolta benigno un voto
cocente del core: Negl’immensi regni di eternità beata, incontrerai due anime
sorelle innamorate, che mi disertar la vita, per desio di correre al bacio del
divino Amore; con quelle prega, acciò la lena del sacrifizio non mi abbandoni;
e dille, che nell’amaro di mia vita, le tombe mi son fatte amore; e che sulla
tua posai questa disadorna pur corona di fiori…
Su la porta della Chiesa
OGGI
VII
APRILE MDCCCLXIX
È
SACRO
A
PARENTALI SOLENNI
CHE
L’AFFETTO DE’ SUOI
VERO
ED IMMACOLATO
RENDE
ALLA MEMORIA
DI
GIUSEPPE DEL DRAGO
PER
ADUNARGLI SU
LA TOMBA
MANIFESTO
IL
COMPIANTO DI UN POPOLO INTERO
Sul Catafalco
CONCITTADINI
ALLA
MEMORIA
DI
GIUSEPPE DEL DRAGO
CITTADINO
SACERDOTE PATRIOTA
PER
AFFETTI PER ZELO PER FEDE
DOTTO
BENEFICO FORTE
ESEMPIO
NELLA
PRIGIONE E NELL’ESILIO
IN
PATRIA E FUORI
PER
APOSTOLICO MINISTERO
AMMIRATO
UN
AFFETTO UN VOTO UNA PREGHIERA
P.
G. M.
|